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mercoledì 10 maggio 2017

Salone di Torino

Quest'anno mi trovate allo stand della Gainsworth Publishing (Pad. 2 stand K21) a presentare il mio L'ombra del primo re. Se non la conoscete la Gainsworth è una piccola casa editrice specializzata in fantasy (di qualità), per cui se vi piace il genere non potete assolutamente non passare al loro stand. Ecco gli eventi che ha in programma:






lunedì 24 aprile 2017

Tempo di libri: 7 errori per un flop

Sugli errori commessi da Tempo di Libri ci si potrebbe scrivere un romanzo. Facile, direte voi, con il senno di poi. Vero, per questa ragione mi limiterò a un post, che spero possa essere anche costruttivo.
Ad ogni modo la mia è solo l’opinione di un visitatore. Uno dei pochi.



1. L’arroganza. TDL nasce in contrapposizione al più prestigioso Salone nazionale dedicato al libro,
quello di Torino. 30 anni di storia alle spalle, ma anche grandi buchi di bilancio e una gestione non sempre cristallina. È questa la ragione che spinge la grande editoria (con sede a Milano) a scendere in campo, al grido di “ghe pensi mi”, e di organizzarsi il proprio Salone “in casa”. Peccato che da subito il salone meneghino sembri avere come unico obiettivo quello di abbattere il rivale sabaudo. Da qui la geniale idea di organizzarlo negli stessi giorni (salvo poi anticiparlo di un mese).
Se scendi in campo sfidando il campione e lo fai con spocchia, be’ vedi di vincere e di vincere bene. Qualsiasi altro risultato è un flop. Torino intanto ringrazia, perché si sa, quello che non ti uccide ti rafforza.

2. La data infelice. In origine doveva tenersi negli stessi giorni del Salone di Torino, per costringere editori e pubblico a fare una precisa scelta di campo. Poi il testosterone deve avere lasciato campo ai neuroni, da qui lo spostamento. Evidentemente i neuroni non hanno prodotto sinapsi particolarmente felici perché la scelta di mettere un evento a ridosso del ponte del 25 aprile non può certi definirsi geniale (anche se sono convinto che qualcuno lo abbia pensato). Perché i milanesi uccideranno anche di sabato, ma quando c’è un ponte se ne vanno al mare o al lago come tutti i cristiani.

3. I costi. Dodici euro di ingresso per un Salone alla prima edizione è troppo. È troppo se pensiamo che il pubblico va creato e che quindi all’inizio bisogna investire, perché è sulle presenze che poi ti giudicheranno da subito. Teniamo anche conto che il mezzo più economico per raggiungere la fiera è la metro. Essendo fuori tratta urbana, il costo, andata e ritorno, è di 5 euro. Significa che solo per mettere piede alla fiera uno spende 17 euro. Che per una famiglia di 4 persone sono 68 euro. Sempre che la famiglia in questione si sia portata da casa i panini, perché al bar con 6 euro prendi giusto una ciabattina con humus e zucchine e se non sei vegano per mettere sotto i denti qualcosa di più consistente ci balla minimo un altro euro. Aggiungi da bere e un caffè a 1,5 euro e sono altre 10-12 euro a cranio. E poi… ah, già ci sono anche i libri da comprare, va be’, ma quelli possono aspettare. Ogni cosa “a suo tempo”.

4. La comunicazione. Un po’ di comunicazione sui media tradizionali è stata fatta (anche se non mi pare paragonabile a quella di Torino) ma sui social, le settimane prima dell’evento, la copertura è stata del tutto inadeguata. Conosco aspiranti scrittori che quando spammano ci danno dentro con molta più convinzione.
È poi una fiera alla prima edizione che ambisce a diventare il nuovo (e unico) salone nazione e internazionale deve partire da un nome vincente. Ora, Tempo d libri non è un brutto nome. Se dovessi organizzare una rassegna letteraria a Muzzana del Turgnano, Tempo di Libri andrebbe benissimo. Anche a Borghetto di Borbera farebbe un gran figurone, ma da una fiera internazionale con sede nella capitale economica (ed editoriale) di questo paese, mi aspetto qualcosa di più incisivo. Di più internazionale.



5. Il lavoro sul pubblico. Non so a quale pubblico si volesse rivolgere questa fiera. Per le ragioni spiegate sopra (costi) non credo che il target fosse quello delle famiglie e del pubblico occasionale (i non lettori). Non posseggo i dati sull’utenza di Torino, ma sarei pronto a scommettere che si possa dividere in due grosse categorie. La prima è quella dei veri appassionati, dei lettori forti (molto meno del 10% della popolazione italiana). Mettiamo in questa categoria anche quegli addetti ai lavori che a un Salone come quello di Torino vanno a fare “public relations” (editor, agenti, autori, giornalisti, blogger ecc.) che comunque amo pensare appartengano sempre alla famiglia dei lettori forti. Questo pubblico viene da tutto il paese, prendendo anche l’aereo se necessario e con il Salone ormai si è fidelizzato. Non credo comunque rappresenti più del 20-25% dei visitatori. Poi c’è il pubblico del territorio, di Torino e del Piemonte. Un pubblico che è stato creato nel tempo, a partire dal coinvolgimento delle scuole. TDL si è giocato una buona fetta del primo pubblico (affezionato a Torino) mettendosi in contrapposizione al Salone, presentandosi come la nemesi di quell’evento. Il secondo pubblico non lo ha creato, perché in pochi mesi non lo puoi fare. A meno che abbiano pensato che quelle simpatiche scolaresche dell’istituto Pinco Pallo di Settimo Torinese o di Collegno potessero venire, così, per intuizione dell’insegnante, a Milano invece che a Torino.

6. I piccoli editori. Ubi Major Minor Cessat recita un’antica locuzione. TDL è la fiera che le Major si sono fatte su misura ed è chiaro che se vuoi anche i piccoli editori (che ti devono coprire le spese con i loro stand) devi impostare una politica precisa. Cosa hanno fatto? Hanno preso i costi di Torino e li hanno dimezzati. Bene, bravi. Che ha fatto il Salone subito dopo? Li ha dimezzati pure lui (comunicando la cosa in modo più chiaro). E io quasi mi sono commosso, perché vedere un po’ di sana concorrenza in questo Paese è cosa rara. Milano ha rilanciato? No. Morale della favola, nessun piccolo editore ha rinunciato a Torino per Milano, tutt’al più con il solito costo ha deciso di farle entrambe. La media editoria invece ha fatto una precisa scelta di campo, sposando da subito Torino (e quello doveva essere un primo forte segnale). Aggiungiamo poi che meno di un mese prima a Milano si tiene il Book Pride, che è una fiera dedicata proprio ai piccoli e medi editori (e qui torniamo sulla data del tutto sbagliata scelta da TDL).
Buona comunque la presenza degli “editori” a pagamento. Del resto quelli sono come le erbacce del mio giardino, una battaglia persa.

7. I grandi editori. Gli stand dei grandi editori fanno sempre l’effetto di librerie di catena piazzate dentro un padiglione. Vere e proprie cattedrali nel deserto quando il pubblico scarseggia. A TDL dentro queste cattedrali c’erano più standiste che lettori, più sorrisi che sconti, più youtubber che scrittori, più fascette che libri.
TDL, con un po’ di umiltà, costi più bassi e un’altra data, potrebbe anche diventare una fiera interessante nel tempo, però forse prima di pensare a organizzare fiere, i grandi editori dovrebbero tornare a pensare ai libri e ai lettori.


lunedì 27 marzo 2017

Metti un ornitorinco a cena

Ci sono romanzi che sono diventati best seller soprattutto grazie al titolo. Per i quali c’è stato un momento in cui autore ed editore, davanti a quella fortunata sequenza di parole, si sono scambiati uno sguardo complice e hanno pensato entrambi: eccolo. Mesi se non anni a scrivere e riscrivere un romanzo, a fare ricerca, a revisionarlo, a editarlo. Ma tutto si è deciso in quella magica manciata di secondi. Per questa ragione, ho deciso di cambiare strategia, di risparmiarmi mesi se non anni di fatica inutile a inventare storie, personaggi, dialoghi e situazioni e di concentrami direttamente su un titolo. Perché quando lo troverò potrò dire: eccolo. Il resto sono sciocchezze. Dettagli.
Non è facile, direte voi, trovare un titolo da best seller. Uno che ti catturi e che ti porti a comprare un libro sorvolando anche sulla copertina. Un titolo che quando ti rivolgi al libraio e lo pronunci il tuo corpo rilascia una quantità spropositata di endorfine e subito ti senti meglio, più colto. Poi il libro può anche rimanere a prendere polvere nella libreria, ma quel titolo…
Be’, che ne dite allora de “La riluttanza dell’ornitorinco”? Poetico, evocativo e ricorda l’infanzia. Come, che c’entra l’infanzia? Quando mai avete visto il disegno di un ornitorinco se non alle elementari? Al massimo un ornitorinco lo avrete incrociato, se siete stati fortunati, allo zoo. Il che dimostra anche la sua riluttanza, perlomeno a una vita sociale. Secondo me è un titolo bellissimo, pregnante. Certo, l’ornitorinco non ha l’eleganza del riccio, ma a lui non serve. È riluttante anche a quella. No eh? Non vi ho conquistato. Come dite? Volete qualcosa di più… di più… Non lo sapete nemmeno voi. Del resto ideare titoli per best seller è roba da scrittori o da editori, mica da tutti. Ci vuole ingegno. Vediamo un po’. Dunque, eccolo: “Le simmetrie silenziose delle terzultime cose”. Un titolo semplicemente magico. Va letto e riletto. Assaporato come un vino d’annata. Ripetete con me: “Le simmetrie silenziose delle terzultime cose”. Pura magia. Vi potreste fermare al titolo ( e risparmiare a me la fatica di riempirci le pagine) per sentirvi del tutto appagati intellettualmente. Immaginate la gratificazione se a una cena vi chiedessero “che libro stai leggendo?”. E voi “Le simmetrie silenziose delle terzultime cose”. Il silenzio, quello vero, in sala. Vi guarderebbero tutti con ammirazione, come se il libro lo aveste scritto voi. Va be’, un po’ di gloria ve la posso anche lasciare. E già vi vedo prenderci gusto. Autoinvitarvi a ogni cena vagamente colta (qualsiasi convivio tra amici in cui non si parli solo cambi di pannolini o dell’ultimo goal di Higuain) in attesa della fatidica domanda. E poi, in piena crisi di astinenza, attraversarvi in lungo e in largo piazza Duomo a Milano nella speranza di essere intercettati dai tipi di Mondolibri, che ti fermano sempre chiedendoti qual è l’ultimo libro che hai letto o che stai leggendo. E mentre loro si preparano a venderti scatole e scatole di fondi di magazzino, voi, petto in fuori e voce stentorea a scandire “Le simmetrie silenziose delle terzultime cose”.
Come dite? Troppo lungo? Poi vi confondete quando andate in libreria a chiederlo? Ma no, vi basterà blaterare qualcosa con “le terzultime cose”, i librai sono preparati. Sanno decodificare di tutto, pure Le cinquanta sfumature di Dorian Grey. Va be’, non vi ho convinto. E allora che ne dite de “L’insostenibile faccia come il culo del palindromo” ? Bello no? In qualsiasi modo lo prendiate… Come dite, non leggete libri con dentro le parolacce? Neanche Dante quindi? No, perché “cul” lo dice anche il Sommo Poeta. “Ma lui ha scritto la Divina Commedia” dite. “E quello è un capolavoro”. Va be’ scusa perché “La riluttanza dell’ornitorinco” o “Le simmetrie silenziose delle terzultime cose” che sono? Cacca?

martedì 7 marzo 2017

Questo momento

Il tizio con il tablet appoggiato sulle ginocchia credo componga musica. È un uomo di colore, alto, il cranio rasato serrato da due grandi cuffie. Le dita lunghe sono come rami secchi puntati verso il basso. Fremono in attesa di un segnale, di un beat fuori tempo, di un’intuizione. Esitano prima di posarsi sullo schermo. Si ritraggono. Predatori in attesa del momento. Del giusto battito.
Attendo paziente, ogni attimo sembra quello giusto. Sto cercando di leggere nella vibrazione di quella mano contratta un ritmo che non posso sentire. Alla fine l’indice si abbatte sul tablet con un movimento deciso, dal basso verso l’alto, a trascinare altrove nello spartito virtuale uno dei riquadri colorati. Osservo lo sguardo dell’uomo ma non trovo alcuna traccia di soddisfazione. Dopo tutto non fa differenza, nessuno sentirà mai quel brano.
Di fianco una ragazza sta digitando a una velocità inverosimile. Le unghie smaltate di nero si agitano meccaniche, frenetiche. Qualcosa sembra ora divertirla perché un mezzo sorriso le ha tagliato all’improvviso il volto. Le mani adesso incerte stanno cercando le parole giuste per proseguire la conversazione.
Il treno rallenta, ma non siamo ancora giunti alla prossima fermata. Ho il tempo di spostare la mia attenzione sull’uomo in abito scuro che accigliato sta allontanando il suo iphone nel vano tentativo di mettere a fuoco. Avrebbe bisogno degli occhiali che tiene forse nella giacca o nella ventiquattrore che porta in grembo. Ma non ha tempo, no, non ce l’ha. Così come le due dozzine di persone che ho davanti o le centinaia che affollano questo treno che ha preso a sferragliare in modo molesto. Eppure nessuno lo sente, nessuno si cura del suo lamento. Tutti gli occhi affaticati da una giornata di lavoro o di studio sono piantati su quei telefoni. Connessi a un mondo che non sta dentro a questo vagone.
Alzo lo sguardo, stiamo arrivando a destinazione. È tempo che io estragga dallo zainetto il mio telefono. È un vecchio Nokia con i tasti, tecnologia ormai di dieci anni fa. Sembra passato un secolo. Il segnale è ottimo. Spingo lo zainetto sotto a un sedile. Una precauzione inutile, nessuno se ne accorgerebbe mai. O in tempo. Uno zainetto abbandonato appartiene al mondo a cui ormai nessuno è più connesso. 
Mi alzo e mi avvicino alle porte. Il mio breve tratto di strada con voi si è compiuto. Domani sarete su tutti notiziari. Ricomporranno la vostra vita prima dei vostri corpi. Per poi smembrarla di nuovo, condividerla, commentarla. La daranno in pasto ad altri come voi.
Il tizio con il tablet mi affianca, anche lui scende. È il tuo giorno fortunato, penso.
«Stava componendo musica?» Gli chiedo.
Annuisce sorpreso.
«Allora finisca quel brano. E lo dedichi a questo momento.»
Mi osserva sconcertato, prima che gli volti le spalle per uscire dal treno. Mi perdo nel flusso incrociato di decine di pendolari, mentre sento alle mie spalle il convoglio emettere il verso stridulo che annuncia la chiusura delle porte. Riparte con un sibilo svogliato verso una destinazione che non raggiungerà, portandosi dietro un carico di vite arrivate all’intersezione finale.
Il segnale del mio Nokia è ancora forte. Il numero da digitare per l’innesco è il due, come i secondi che resteranno al treno per percorrere nel buio un ultimo tratto di galleria. Poi sarà l’inferno.
«Ehi, la vuoi sentire la mia musica?»
È il tipo del tablet. Mi ha raggiunto sulla scala mobile e mi sta porgendo le cuffie, mentre il mio pollice freme, sudato, sul tasto della chiamata rapida.
«Ora?» gli chiedo smarrito.
«Se devo dedicare il brano a questo momento, direi proprio di sì.»

venerdì 3 marzo 2017

martedì 14 febbraio 2017

Al BUK di Modena

Domenica 19 febbraio sarò a BUK di Modena in compagnia di Diego Tonini ed Ester Trasforini. Alle 14.30 io e Diego, incalzati da Ester, presenteremo le nostre ultime fatiche.  Vi aspettiamo.
Per maggiori info sul BUK: http://www.bukfestival.it/


giovedì 9 febbraio 2017

Presentazione di Memory Download

Sabato 11 febbraio, ore 18, presso la libreria Lo Stato dell''Arte di Treviglio (via Verga 14) presenterò Memory Download, La sindrome di Proust.
Sarà una chiacchierata in compagnia del giornalista Marco Viviani. Si parlerà del libro ma soprattutto di come immaginiamo il mondo tra 50 anni.
Vi aspetto.